mercoledì 3 settembre 2008

Provincialismo

Uno dei sempiterni problemi del nostro Paese è il provincialismo. Ci sono sempre stati soggetti pienamente inseriti nel clima e nell’atmosfera internazionale – Leopardi, Svevo, Pirandello – ma si tratta di solito di elementi periferici, emarginati, mentre l’Istituzione del Paese rimane profondamente provinciale, resistendo a tutti itentativi di sprovincializzazione, per esempio quello degli anni ’60. Ci sono casi addirittura patetici, come quello di D’Annunzio, che ha cercato in tutti i modi di agganciarsi ai movimenti culturali europei – superomismo, decadentismo – rimanendo però sempre nell’animo un abruzzese di Pescara. E questo provincialismo è più spiccato andando verso nord, mentre al sud diminuisce considerevolmente. Ricordo la prima volta, da ragazzo, che andai a Milano, fummo ospitati dalla sorella dell’amico con cui andai. I vicini erano scandalizzati perché una donna stava in casa “con due uomini”! Ed erano i tempi della Milano da bere.

Mi sono sempre chiesto il perché di questo provincialismo. Forse è dovuto al fatto che non abbiamo mai avuto una capitale. Milano non è mai stata una capitale politica, solo economica, Roma è una cosa strana, l’unica capitale italiana è stata Napoli, e forse questo spiega perché il vecchio Regno delle due Sicilie, anche nei più sperduti paesi lucani o in Salento, si mostra molto meno provinciale del nord. La Puglia ha eletto presidente della regione un omosessuale senza nessun problema, il che credo sarebbe inconcepibile a Milano. Una capitale non deve necessariamente essere enorma, come Londra o Parigi, anche Praga a modo suo è capitale, basta che sia punto d’incontro tra le persone e punto di riferimento per il Paese.

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