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giovedì 7 agosto 2008

sinistra in crisi


La sinistra è in crisi! I più anziani continuano a votare sostanzialmente come votavano da giovani, ma i giovani non solo votano ampiamente a destra, ma nei loro discorsi non è rintracciabile quasi alcunché dei valori che possiamo definire di sinistra: solidarietà contro competizione, diffidenza verso i ricchi e i potenti, che anzi sono amati e ammirati, cercare se stessi invece di coltivare l’apparenza. Tra i ragazzini, tuttavia, sono metabolizzate due cose: l’uguaglianza tra i sessi (anche tra i terzi e i quarti sessi) e il rispetto per i deboli – il primo è un’eredità del femminismo, il secondo, pensa un po’, deriva dal fatto che bene o male i fascisti hanno perso la guerra – come diceva in un suo blog (http://silver-86.spaces.live.com/default.aspx) un ragazzo per altro tutto infervorato per l’esercito e per la forza.
Per fortuna, sembra che alla sinistra la cosa importi pochissimo, per lo meno alla sinistra cosiddetta radicale che è preoccupata soprattutto di rimarcare la propria “identità”, esattamente come il popolo italiano nel suo complesso rimarca la propria “identità” di fronte alla minaccia della globalizzazione.

A) Per quanto riguarda l’Italia, il problema è in fondo assai semplice: gli italiani non hanno uno straccio di servizi non solo sociali, né pubblici né privati (esistono anche i servizi privati), fatte salve scuola e sanità. La cosa divertente è che gli italiani non se ne rendono minimamente conto – quando per caso si confrontano con le realtà degli altri paesi europei fanno la faccia di Miranda che scopre il mondo nuovo, e non vogliono più tornare nella nostra patria bellissima. Un paio di anni fa un premier tentò di raccogliere i fondi per costruire una rete di servizi, e il popolo italianogridò unanime: “i comunisti ci vogliono rubbare i soldi!”.

B) Per quanto riguarda l’Europa, ormai i “cattivi” siamo, ahimé, noi. Quando il terzo mondo, era in miseria, in fondo non faceva paura; oggi fa paura eccome, e l’Europa si è barricata nel suo fortino protetto dai governi di destra quasi ubiqui nell’Unione. Nel frattempo la Cina si è di fatto alleata con l’Africa, dopo decenni di infruttuose lagne europee (ved Bono et similia) sugli aiuto agli africani – del resto ricordo che nel 1993 all’Università di Shanghai gli studenti camerunesi studiavano fisica con brillanti risultati, cosa che non si sarebbero potuti sognare in un’università europea o americana. E, forse, l’America ricca si sta alleando, o per lo meno ha stipulato un trattato di non belligeranza, con l’America già povera.

C) Per quanto riguarda il mondo – mein Gott! – ahimé, il problema della poverà è risolto. Esistono ingiustizie e discriminazioni, esistono ancora i dannati della terra, si muore sul lavoro, i contadini del sud soffrono catastrofi grazie al WTO e alle multinazionali agricole, ma di fatto la povertà sempre più è un’eccezione, non solo in occidente, ma ovunque. Non avere più poveri da difendere – questo di fondo ha messo in crisi la sinistra. Come uscirne? Non lo so, ma ricordo gl antichi testi sacri, che dicevano non che il capitalismo produce poveri (idea malthusiana contro cui lottano per pagine e pagine i Grundrisse), ma piuttosto che il capitalismo avrebbe presto incontrato i limiti delle sue capacità di sviluppo, e sarebbe andato incontro a crisi ricorrenti di sovrapproduzione – oltre a non riuscire più ad aumentare la produzione a causa della caduta del saggio di profitto. I poveri erano in fondo solo il veicolo di questo cambiamento, che sarebbe avvenuto contestualmente alla loro sparizione. Il web, in cui i ragazzini nuotano come pesci nell’acqua, al sicuro dagli adulti che in questa foresta mettono appena piede, con certe sue forme di produzione che violano di fatto le leggi economiche, sembrerebbe indicare che qualcosa sta cambiando, ma si tratta comunque fondamentalmente di cultura – e inoltre vorrei aspettare l’evolversi di questo fenomeno ultrarecente prima di gridare al miracolo.

sabato 12 aprile 2008

politica economica

Tutti parlano di crisi della politica. Alcuni l'attribuiscono al crollo delle ideologie, altri alla fine dell'unione sovietica, altri alla televisione, altri al fatto che non c'è più un interesse generale ma solo una polvere di interessi particolari. In realtà, il problema è più semplicemente che le decisioni economiche sono state separate dalle decisioni politiche. In Europa, la politica economica la fa la BCE, negli USA la federal reserve, e alla politica resta ben poco spazio. Questo non significa che sia finito l'intervento dello stato in economia, che anzi è più forte che mai (i bassi tassi di interesse USA da parte della federal reserve significano sostanzialmente che i debiti vengono pagati dallo stato), ma la fine della politica economica, e quindi, in pratica, della fine della politica tout court. Tuttavia temo che la politica presto rinascerà : 1) la sfera dell'economia oggi va molto al di là del suo ambito tradizionale; i problemi ambientali non sono problemi in primis squisitamente economici? Solo la politica, non certo il mercato, possono interessarsi di questi ambiti negletti 2) storicamente l'intervento dello stato in economia è consistito nel creare imprese di stato o comunque imprese pubbliche, sia nelle socialdemocrazie, sia nel socialismo reale; oggi che siamo nell'epoca dell'economia finanziaria, sembra che nessuno abbia pensato a un capitale pubblico da contrapporre al capitale privato.
Per il momento, perdiamo tempo parlando di problemi di polizia e di decoro urbano (cacciamo via gli immigrati, ci vuole certezza delle pene...) in fondo è sintomo di nostaglia di una politica forte. L'Italia del resto ha dato vita a molti decisionisti, per cui non è importante cosa si decide, purché si decida.