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lunedì 24 agosto 2015

Semeraro, the semitic etimologies and the J haplogroup of Y human chromosome

Semeraro claimed that alla languages are derived from Akkadian, or, more precisely stated (although this precision is not present in his writing), that many words of obscure etimology in Latin and Greek derive from Akkadian. In this more limited sense the etimologies proposed by Semeraro are convincing: apeiron from eperu, mud, europa from erepu, sunset, and so on. These etimologies did not gain a general consensus; anyhow, it could gain support from the distribution of Y haplogroups, in particular from the J haplogroup, which more or less matches the semitic languages, which is present with high frequenecy in Italy and Greece, suggesting a possible semitic substratum for these languages.

domenica 26 giugno 2011

Semeraro II



L’osservazione di Semeraro che molte radici latine sono in realtà assai simili a termini accadici conduce quest’autore a ipotizzare un’origine di tutte le lingue dall’accadico. Che l’accadico sia alla radice almeno della superfamiglia nostratica, che comprende lingue indoeuropee e semitiche è plausibilissimo – anche se Semeraro sembra propendere per un albero geneaologico simile ai raggi di una ruota, in cui le varie lingue derivano direttamente da un antenato accadico senza passaggi intermedi, dico sembra perché non è affatto chiaro cosa pensi della genesi delle lingue. Le radici individuate da Semeraro per il latino sono però soprattutto – almeno quello convincenti, perché molte etimologie da lui proposte sembano assai deboli – nomi di località, mentre le radici classicamente indoeuropee – filius, pater ecc. – non sembrano avere corrispettivi accadici – sembra, perché Semeraro ancora una volta non le discute, secondo un uso ben consolidato tra i fautori di una “scienza alternativa” ma diffuso un po’ fra tutti di non parlare di ciò che cotnraddice la teoria. E’ possibile, quindi, che si tratti di prestiti da una lingua preesistente, per cui il latino deriverebbe dalla fusione di una lingua indoeuropea con una non indoeuropea. Del resto il mito che sta alla base dell'Eneide dice proprio che la stirpe di Roma deriva dalla fusione dei latini (indoeuropei) con i troiani non indoeuropei (sembra parlassero una lingua simile al frigio).

lunedì 12 ottobre 2009

Filogenesi dell'indoeuropeo


Questo diagramma dell’evoluzione delle lingue indoeuropee di Schleicher, che ho trovato sul web, chiarisce l’ira d Semeraro contro il “mito” dell’indoeuropeo. Il mito non è l’indoeuropeo – una famiglia linguistica chiarissima – il mito è la “purezza originaria” delle lingue germaniche, contrapposte al derivato e corrotto latino. Semeraro però forse non era al corrente del fatto che l’albero filogenetico delle lingue indoeuropee più accettato (pur con moltissimi dubbi) oggigiorno segue lo schema: ittita / greco e lingue nord-indiane / lingue balto-slave / lingue slave / lingue germaniche e derivate / lingue celtiche / latino. Il tedesco non è più una lingua primitiva, ma una lingua derivatissima! E quest’albero si accorda inoltre benissimo con l’ipotesi di una derivazione dell’indoeuropeo non tanto dalle lingue semitiche quanto dal mondo del Vicino Oriente – di cui gli Ittiti facevano parte. Non so se il protoindoeuropeo ricostruito sia stato rivisto alla base di quest’albero genealogico, in cui il tedesco non è più una lingua primitiva – se così fosse, temo che molte ipotesi di Semeraro verrebbero confermate.
Del resto, il greco è zeppo di radici germaniche (θυγαθερ / Tochter / daughter; δρυς / tree), ma si tratta di conservativismo del tedesco, non del fatto che greco e tedesco siano cognate.

Fonetica

I filologi tedeschi dell’ottocento hanno cercato di ricostruire la storia delle lingue indoeuropee attraverso le leggi fonetiche. Questi tedeschi! L’evoluzione non segue leggi. Esistono infatti lingue foneticamente evolute e grammaticalmente primitive: il russo per esempio ha sette casi, mentre il tedesco ne ha quattro (e sembra quindi derivato), però foneticamente il tedesco mi sembra – parlo da ignorantello – foneticamente molto primitivo. E’ su questa primitività fonetica – senza considerare la relativa evoluzione grammaticale e lessicale – che si basa non il mito dell’indoeuropeo, ma il mito della primitivtà del tedesco che stava tanto a cuore ai linguisti germanici.

domenica 11 ottobre 2009

Accadico


Giovanni Semeraro crede, come è noto che le lingue indoeuropee derivino dalle lingue semitiche, in particolare dall’accadico. Premesso che l’accadico è sicuramente una lingua molto antica e probabilmente alla base di intere famiglie linguistiche, temo che l’attacco, tanto caro all’autore da poco scomparso, alla teoria dell’ndoeuropeo, nasca da un fraintendimento: ho infatti il forte sospetto – ma parlo da ignorantissimo – che l’accadico non sia una lingua semitica, e che sia stato infilato nel cassetto “semitico” solo per distinguerlo dal quasi coevo sumero.

Indoeuropeo



Giovanni Semeraro, come è noto, ritiene che non sia esistito un “protoindoeuropeo” all’origine delle lingue indoeuropee, ma che queste derivino dalle lingue semitiche, come dimostrato dalle numerose radici greche e latine (e di lingue germaniche) che si ritrovano nell’accadico. Bellissimo e illuminante studio, però quando intitola un capitolo di un suo libro “il miraggio dell’indoeuropeo” confonde la critica a tre cose diverse
1) la famiglia linguistica indoeuropea raggruppa un gran numero di lingue europee, persiane e dell’India del nord, come l’hittita, il tedesco, il sanscrito, il greco, il latino ecc. Che questa famiglia sia ben delimitata e distinta da quella semitica, che comprende lingue come l’arabo e l’ebraico mi sembra incontrovertibile; come incontrovertibile mi sembra che abbia un’origine comune: del resto, l’albero filogenetico delle lingue coincide quasi esattamente con l’albero filogenetico umano ricostruito sulla base del DNA.
2) Parallelamente al riconoscimento della famiglia linguistica indoeuropea, in Germania ci si accorgeva, all’inizio dell’ottocento, che certi fonemi diventano altri quando una lingua si evolve; per esempio, b diventa p, d diventa t eccetera (si può osservare anche confrontando il toscano con i dialetti meridionali); queste variazioni sono così costanti da configurare delle vere e proprie leggi fonetiche; ora, utilizzando a rovescio queste leggi, si può ricostruire la lingua originaria protogermanica e protoindoeuropea. La critica della validità di questo approccio è il vero oggetto della critica di Semeraro: queste ricostruzioni 1) spesso portano a delle voci che sembrano abbastanza campate in aria 2) se si confrontano le parole indoeuropee con quelle accadiche i risultati sono più convincenti e diretti. Curiosamente, la disputa è simile a quella del famoso linguista americano Joseph Greenberg, che ha proposto uno schema di classificazione delle lingue del Nuovo Mondo basata sulla comparazione diretta e assai più semplice di quella tradizionale dei linguisti americani che era basata fondamentalmente sul metodo delle leggi fonetiche; Greenberg, però, mi sembra molto più rigoroso di Semeraro.
3) La linguistica tedesca si proponeva in fondo di dimostrare la “purezza” delle lingue germaniche – un tema sviluppato ben prima del nazismo ma che nella storia delle idee è purtroppo collegato – però Semeraro si ripropone di dimostrare la superiorità delle civiltà mediterranee, che era un tema caro al fascismo – e infatti recupera un gran numero di studi italiani degli anni trenta. Purtroppo, nessuno è superiore a nessuno; se però si lascia da parte l’ideologia, sia la scuola tedesca che la scuola glottologia italiana danno interessanti contributi. Curiosamente, la scuola linguistica tedesca ha dato il suo più grande contributo quando ha smesso di tentare di spiegare l’evoluzione e l’origine delle lingue, e si è rivolta, con De Saussure (uno svizzero, quindi a metà tra Francia e Germania), allo sviluppo di una teoria generale della lingua, originando lo strutturalismo.

Infine due critiche secondarie: metodologicamente (ardisco dire anche se non sono né un filologo né un linguista) mi sembra piuttosto approssimativo, e, pur coltissimo, piuttosto provinciale, come quasi tutti gli uomini di cultura italiana. Però è un libro assai illuminante, nello specifico, con la ricostruzione di moltissime radici, nello storico, perché rimette in luce una “civitlà mediterranea” non greca, di cui parla anche Sergio Frau – per altro un giornalista - nel suo libro sulle colonne d’ercole.